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Ayunta, Navigabile 2017

Postato da Stefano Bagnacani il
Ayunta, Navigabile 2017

Più cresci e vedi cose, conosci gente e più capisci che le pose sono sempre da stronzi, e che la retorica, anche quando è a favore di una buona causa, è sempre stupida. 

Il Navigabile 2017 è un grande vino semplicemente perchè fa quello che fanno i grandi vini, disseta con classe, in quest’ordine, senza retorica, pose, barrique. 

E’ un vino che nasce umile ma complesso, lo intuisci alla visiva, leggera ma mai trasparente del tutto, un vino con cuore dark, conradiano, nel suo apparire scarico ma mai troppo leggibile, boschivo all’olfatto, scuro ma non pessimista, cripticamente afrodisiaco, che allude più che affermare, un naso di congetture più che di enunciati, di aspre rotondità da legno grande.

E in bocca si distende, dopo, prima c’è lo swing, in entrata la libertà energica del vulcano, sottile, viva, contemporanea nel suo essere intensamente rustica, elegantemente irrisolta, insomma tutto quello che si chiede a un vino nel mondo post-pandemia, verità ed emozione prima di tutto, senza finzioni, orpelli, magalomanie.

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 Anche in tempi non troppo ottimisti come questi, il vino dell’Etna è una di quelle cose, che ti fa apparire il suicidio, sempre, un’ipotesi stupida.

Il Nerello Mascalese è un’uva a sé, e non lo capisci in bocca, non lo capisci a guardarlo nel bicchiere, lo capisci dal rumore che fa quando lo versi, o forse sono questi tempi qua, di silenzio strano certi suoni che prima non captavi, che prima ce n’erano sempre altri di suoni,  più enormi, più aggressivi, e quello che fa i vino quando scende nel bicchiere, beh non lo sentivi quasi mai.

Navigabile è un nome antico, la storia non la racconto qui, è bello sentirla, come tutte le storie sul vino, da chi quel vino lo fa, è un nome antico, arcaico, almeno sull’Etna, ma poi se ci pensate, è diventato ultramoderno, è la cosa che chiedi a una sito web, non a un vino, di solito, un aggettivo analogico che si è digitalizzato, ma un tempo significava almeno qui, a queste latitudini, un vino che era pagato di più, perchè poteva viaggiare, nello spazio, appunto, via nave, ma quindi nel tempo anche, lontano e nel futuro, e questo vale ancora secoli dopo per le bottiglie e per gli uomini anche. 

Si fa tanto vino sull’Etna, quasi sempre molto costoso, quasi mai molto interessante, poi ci sono quelli che lo fanno come va fatto e basta, come Filippo Mangione, senza retorica, anche se lui, si potrebbe permettere di farla.

Un vino che funziona non per il suo essere perfetto ma per il suo essere libero, un vino che seduce senza volerlo o forse perchè in fin dei conti non nasce per sedurre, ma solo, per dissetare, perchè la freschezza è data dall’energia dall’ottimismo con cui guarda, al domani, al dopo e all’altrove.

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Non ci innamoriamo delle donne perfette, ci innamoriamo  delle donne curiose, con la vita nello sguardo, nel cuore nelle mani, le nostre canzoni preferite non sono mai quelle coi ritornelli che funzionano meglio ma quelle di cui ci ricordiamo le parole delle strofe.

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Beh, i vini che non dimenticheremo saranno quelli come questo, irrisolti vibranti pieni di poetica, notturna poesia, i vini da ore piccole che ci accompagnano pensieri insonni, sulla vita che sarà o che forse, non sarà nemmeno, i vini compagni di notturne inquietudini, più che di traguardi e vittorie, quelli che guardano, come noi, il futuro con drammatico ottimismo, ma che non riescono mai, davvero ad addormentarsi.

Un vino con cui brindare al futuro, sì ma un po’ commossi, un vino per uomini che sanno piangere e donne che sanno restare sveglie fino a tardi. 

Lo abbino con un pezzo che in inglese ha lo stesso senso del suo nome: Take you on a cruise, degli Interpol, una canzone da legno grande e vulcano, che nasce, tempo fa, nel futuro. 

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