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Ayunta Piante Sparse 2018

Postato da Stefano Bagnacani il
Ayunta Piante Sparse 2018

Piante sparse è un vino strano già dal nome, un vino che si fa inseguire ancora prima di essere fatto, su giù per le terrazze, tra le viti, un vino da aspettare, anche nel bicchiere, un bianco che sa di ignoto, straniero un po' anche a se stesso.

Nasce nei campi, è figlio dei secoli prima, di generazioni, di secoli, di uomini di prima, che hanno sperimentato, sbagliato innestato, non si sa bene che uve siano, ce ne sono tante, il carricante, c’è, di sicuro ma il carricante, non è mai solo, la purezza, nei vini dell’Etna, come in tutte le cose belle della vita, non esiste mai davvero. 

Un vino leopardiano, ma non solo per il naso di ginestra no, leopardiano già alla visiva, che pochi vini al mondo, forse nessuno, hanno o come l’Etna bianco, un colore di luna, e non il solito giallo paglierino, colore inesistente che spero nel post covid nessuno userà più, il colore dell’Etna bianco è quello della luna che non risponde, che guarda, la luna cara a certi pastori erranti, dell’Asia e non. 

 

Potrebbe essere banale dire che un vino è minerale, ci vorrebbe una fase 2 anche nei descrittori del vino, in ogni caso lo è tanto, è teso roccioso, con una strana, aerea fierezza, come il primo Jordan, scusatemi sono in piena fase the Last Dance, chiedo venia.

Potrei annoiarvi, elencando descrittori olfattivi, di fiori e frutti strani, per fare vedere che sono figo, ho un naso da paura, e quelle cose lì ma siamo nella fase 2, dopo un’epidemia e spero sia un’occasione per cambiare tutto, tutte le cose noiose del mondo prima, anche il modo cui si parla, del vino, quando se ne scrive. 

Potrei dire che è vino armonico, per alcuni, nelle persone, nei vini, nella vita, l’armonia è un pregio, beati loro, io sono per le dissonanze, per Charlie Parker, per Dennis Rodman, el Trinche, è nelle dissonanze che cerco la poesia ed è lì che, spesso, la trovo. 

Una 2018 che oggi sembra secoli fa, almeno a me, nelle Fm imperversava una canzone che parlava di andare a Cuba, ai tempi volare e viaggiare erano cose che si davano per scontate, chissà se lo torneranno mai ad essere.

Da bere in compagnia, anche se non si può, da bere felici, quando torneremo ad esserlo, senza dirette fb, zoom, streamyard, un bianco, che appaga, sazia, disseta, di una tensione, bella contadina, che sa di altrove, di prima, di tutto. 

Un vino che è naturale perché nasce in vigna, per caso, perchè casuale, è sempre la bellezza, nella natura quando la si lascia fare, un vino dissonante, perchè all’olfatto è quasi dolce,  d’una dolcezza lunare, di cui si parlava alcune righe più su, e in bocca è teso, ginnico, maschile. 

Esile e potente, gioca di contrasti, agrumate amarezze, ombrose solarità, siciliano e vulcanico, che sono due dei maggiori complimenti che possiate fare a una persona e quindi, anche a un vino. 

Lo abbiano alla cover di uno dei miei pezzi preferiti, una delle canzoni più belle di sempre, Whup, dei 4 Non Blondes, un gruppo che dei novanta che più che una band sembra un’Hashtag mi piacevano sempre le cose avanti, lei è Soap&Skin, la canta bene, dissonante, rocciosa, etnea. 

Buone bevute.

 

 

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