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Burocrazia naturale

Postato da Stefano Bagnacani il
Burocrazia naturale

Bevo solo vini naturali, da anni, li vendo, li spiego, ne scrivo, di mestiere faccio il sommelier (con la coppola).

Sono contro le divise, sempre, allergico alle definizioni, alle griglie ai nomi, provo tristezza per quelli che hanno gridato al miracolo quando, in Francia, sono riusciti a mettere nero su bianco una definizione che stabilisce chi sia naturale e chi no, nel vino.

Sarò romantico, punk, velleitario, anarchico in qualche modo, se ne discuteva da tanto, anche in Italia, non ne ho mai sentito l’esigenza. 

 

Vengo dal jazz lo ascolto, solo in vinile, e non credo che Ornette Coleman quando con la sua musica, free, libera, vera, naturale, ha scardinato il mondo musicale industriale, monotono e triste fosse mai saltato in mente di redigere un protocollo con degli standard e delle regole per codificare la libertà

Smith Olimpiadi 68

La natura è libera per definizione anche se ha delle sue regole ferree, e eterne, non scalfibili, chi fa vino naturale lo sa, chi lavora, davvero, in campagna pure. 

 

“Dio non gioca a dadi”, scriveva Einstein prima del virus, ammesso che uno ci creda o no, e nemmeno la natura. Dare ordine al Kaos, con la K, rigorosamente, è quello che fa ogni giorno chi si sporca le mani con la terra, col mondo, con la vita. 

Definire con una serie di regole ciò che è naturale, cosa no, mi è sempre sembrato velleitario se non stupido, di certo superficiale. 

Se la griglia ginecologica dei poliziotti della qualità, quelli che al vino gli danno i punti, come ai concorsi di bellezza, premia la coerenza tra le varie facce del vino –  quella visiva, olfattiva, e gustativa -io premio solo la coerenza tra la persona e il bicchiere: belle persone fanno bei vini, brutte persone ne fanno di mediocri.

Questa regola non sbaglia mai, è quella con cui scelgo gli amici, al di fuori del vino anche, per quello che fanno, non per quello che dicono, per quello che sono, non per quello che dicono di essere. 

A me basterebbe che su una bottiglia di vino ci fossero scritti gli ingredienti come sulle altre cose che mangi o che bevi, quanta uva, quante cose diverse, attenendomi sempre alla regola di Michel Pollan, di non comprare mai qualcosa la cui etichetta mia nonna non riuscirebbe a capire. 

Ora avremo una certificazione in più, l’ennesima. Le certificazioni costano, sempre, e sempre troppo per chi lavora bene, nel piccolo, da solo, e ha l’eleganza di non marciare sui prezzi. Il rischio che si corre, al di là delle tassonomie più o meno giuste, delle parole, delle regole, è che i ricchi possano comprarsi l’ennesima certificazione, brevetto, patente, per fare non un vino naturale, ma un vino che rispetta una serie di regole. 

Chi faceva vino naturale prima lo farà ancora, ma senza etichetta, un po’ perchè forse i soldi non li ha, un po’ perchè gli interessa poco, perchè forse se ha cominciato a fare vino naturale, fuori dalla Doc, dalla Docg, è appunto perché questa burocrazia, questa dittatura certificatoria gli faceva schifo, questo fascismo profilattico lo aborriva, così come aborriva quelli che io chiamo i gendarmi della qualità, quelli che invece di bere il vino chiedono quanta solforosa c’hai messo: i super mega certificatori galattici. 

Cosa fa della vita la vita, dell’amore l’amore, del jazz il jazz non è che lo puoi dire, e proprio sul jazz, che è forse l’unica forma d’arte che spiega il vino e che merita di esserne la colonna sonora, (ma forse sono di parte, non mi è mai interessato avere amici che non abbiano a casa dischi di Charles Mingus, e innamorarmi di donne che non conoscono Eric Dolphy), in un libro, dimenticato ma citatissimo, si legge: “Quando non sai cos’è, allora è jazz“.     Penso valga anche per il vino naturale

Sì, perché spesso del vino naturale capisci solo che è naturale, l’energia, la vibrazione, che poi è l’unica cosa che conta, nel vino, nelle persone e nella musica. La vibrazione che lascia, nel palato, nell’anima e nei ricordi. 

 

Io continuerò a bere vini che in etichetta non hanno scritto niente, impermeabili alle definizioni, per antonomasia escludenti, ottuse, ristrette. 

 

Logo-vini-naturali

Continuerò a bere vini se conosco chi li fa, se chi li fa vive nella sua vigna e la coltiva con le mani, e non ci spruzza niente di nocivo, punto. 

Continuerò a bere vini se conosco chi li fa, se chi li fa vive nella sua vigna e la coltiva con le mani, e non ci spruzza niente di nocivo, punto.

Un giocatore di basket del secolo scorso amava dire ball don’t lie, la palla non mente, intendeva dire che se sei più bravo lo vedi in campo, non prima, dalle scarpe, dai capelli, dalla maglietta, ma da come fai canestro quando hai la palla. Io credo che il vino naturale sia la stessa, cosa: glass don’t lie, se è naturale lo vedi e lo senti, nel bicchiere e soprattuto la mattina dopo, specie dopo l’amore, se la mattina dopo stai bene e ti sei bevuto una bottiglia, o due, quel vino era naturale, altrimenti no, period. 

Tutto il resto, come diceva un poeta del mondo prima del virus, è noia. 

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