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Navigabile, Ayunta, 2013

Postato da guido filippo serio il
Navigabile, Ayunta, 2013

Nel 2013 l’Etna era un po’ come la sanità pubblica, non era ancora così di moda, ma funzionava alla grande.

Un grande vino questo, per chi avrà la fortuna di berlo, pulito, essenziale, secco come i libri del primo Hemingway.

I vini buoni invecchiando, un po’ come gli esseri umani che valgono qualcosa, mettono da parte le pose, le smancerie, tutte le cose inutili e conservano l’essenziale, perché per riuscire a viaggiare nel tempo, non devi essere appesantito da pesi inutili, la grande scalata al futuro, si fa viaggiando leggeri, sempre. 

Navigabile 2013

Se al naso, sì, la frutta rossa che senti è matura, ma tutt’altro che rassegnata, l’olfattiva di questo Etna Rosso è pudica e schiva, balsamica ma in punta di piedi che sa di boschi ottimisti, di natura d’aprile (non di questo aprile magari), e una visiva che commuove, coi riflessi rosso-granati nel cuore dello Zalto, colore di un vino che ha un passato alle spalle certo, ma anche un futuro, davanti a sè, ancora da scrivere.

E si ma poi in bocca com’è chiederanno quelli di voi meno pazienti?

Beh uno dei più bei rossi di questo mondo, se questo mondo sopravviverà.

Un sorso dove la freschezza è pacificata ormai ma non arresa, un vino che ha fatto pace son se stesso, almeno in parte, ma che ancora guarda all’infinito, con leopardiana lucidità. 

Apertura sottile che di frutto e freschezza che si allarga pian piano,  con  dolcezza educata, il tannino c’è ancora ma solo per tenere il tempo come in basso nei pezzi jazz, a dare un ritmo all’insieme mai ed esserne protagonista, 13 e mezzo di alcol che senti solo dopo, nel cuore del tuo cuore, tanto è leggero, magro, felpato, quando scorre senza retorica tra la lingua e l’altrove. 

Un finale tutto frutto e retrolfattiva, di cacao quasi esotica che ci ricorda luoghi lontani dove un giorno potremo tornare a viaggiare, si spera ma che non rinuncia in chiusura ad una nota amaricante, molto contemporanea.

Un vino dalla lucida, pacificata sensualità, con ottimismo malinconico di una ballad, e la fibra tanto umana di un blues, che abbino con un pezzo epocale che gli assomiglia uscito nell’anno di quella vendemmia, e che ancora risuona di dolcezza dal finale amaricante, a distanza di un lustro e passa, molto attuale anche nel titolo: Come to My Door, azione che un tempo sembrava scontata ma che lo sembra oggi, molto di meno.

Lui è Josè James, il cantante più figo del mondo di che non avete nominare, e il vino di Filippo Mangione che è un po’ la stessa cosa, col vino dell’Etna. 

Ayunta, Jose James

Buone, leggiadre bevute.

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