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Petrosa, Etnella, 2017

Postato da Stefano Bagnacani il
Petrosa, Etnella, 2017

Per degustatori superficiali, tristi e senza fantasia, i vini di Davide Bentivenga sono troppo tendenti al Kaos, flirtano pericolosamente con l’anarchia, sono poco classificabili, in questo mondo il nostro, ossessionato da categorie, procedure, definizioni. 

Per chi dentro le bottiglie cerca libertà, avventura emozione, wibes, insomma, sono che vini che fanno tornare amare la vita, inni senza tempo alla gioia, dei compagni di viaggio verso avventure interiori come solo i grandi vini sanno essere. 

Troppo refrattari alle tendenze per essere davvero di moda, i vini di Etnella hanno una sola ambizione, forse la più grande, l’unica che un vino deve avere, assomigliare soltanto a se stessi, essere inconfondibili al primo sorso, sia per chi li ama sia per chi li odia, come un disco di Eric Dolphy, come l’attacco di Kendrick Lamar. 

 

In un panorama enoico, che sulla Montagna più bella del mondo, vede un appiattimento generale, su gusti omologati dal legno, dai lieviti selezionati, dal gusto di chi non ci abita, un luogo dove trovare vini corretti è ormai la norma, trovare qualcosa che emozioni una rarità, i vini di Etnella sono, sempre, qualcosa di diverso.

Sull’Etna si fanno tanti bei vini, ma innamorarsi è sempre più difficile, e la poesia anche va diminuendo sotto i colpi delle ruspe, dei fogli excel e dei vini nati in laboratorio, poi però apri un Petrosa 2017 e ricominci a pensare che il futuro può ancora, essere bellissimo.

Il Petrosa 2017, va da un’altra parte, in un’altra direzione, ostinata e contraria, direbbe un anarchico del secolo scorso, (che se fosse stato un vignaiolo mai avrebbe pensato a fare uno spumante metodo charmat), in una direzione gioisamente libera, non è un Etna solo perchè si fa si col nerello mascalese, ma perchè del vulcano ha l’energia, quella rocciosa energia che rende, i vini che nascono in questo angolo leopardiano di mondo, gloriosamente irripetibili. 

Un vino dove il calore non è dato dall’alcol come ti spiegano a scuola, ma dall’energia, tellurica, che si sprigiona nel bicchiere, un vino di rocce asperità e  un dolcezza finale, che sa di conquista, di traguardo, un vino che sa di montagna nella sua tensione onnipresente tra succo e freschezza, che non vuole compiacere ma elevare, senza fare sconti. 

Amo tutti i vini di Etnella, ma forse questo è il mio preferito, un cru involontario, nel suo essere solo una istantanea di un grande territorio, non costruito per piacere o per stupire, ma solo per essere, allegramente se stesso. 

Un vino, che come certi di dischi di Dolphy, non è di quelli che ti svoltano il primo appuntamento, ma che berrai con chi ti conosce e sa come baciarti, un vino per accompagnare silenzi notturni, oppure un vinile di free jazz, quando quelli che fanno la vita normale sono già andati a letto, da un po’. 

Da bere con una donna che vi abbia capito, e non pretende di cambiarvi, se ne incontrate una, o con un disco che sappia come vi sentite magari con Andrew Hill al pianoforte, oppure per passare la notte sull’orlo di un vulcano, se vi capita. 

In molte enoteche online, (espressione ossimorica) la maggior parte dei vini viene consigliato per le cene fra amici, questo no, ragazzi con gli amici se ne bevono altri, il Petrosa bevetelo con qualcuno che volete baciare davvero e che amare i vostri silenzi, senza paura. 

Un rosso di cui innamorarsi con qualcuno che è già innamorato di voi, almeno fino al mattino. 

Something sweet, something tender, è il pezzo con cui lo abbino, lui è Eric Dolphy il Bentivegna del Free Jazz. 

Buona libertà a tutti, cheers.

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