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Sergio Drago Rosso, 2018

Postato da Stefano Bagnacani il
Sergio Drago Rosso, 2018
Vini Naturali contro la paura

 

La vita o è stile o è errore, scriveva Giovanni Arpino, in anni più felici di questo, e lo stesso si potrebbe dire un vino, specie quando lo fai per la prima volta, che le opere prime sono spesso ingenue, o sono troppo caute o lo sono troppo poco, peccano quasi sempre di equilibrio, tendono a sbilanciarsi, troppo slancio o troppa prudenza, quasi mai del tutto riuscite. 

Poi ci sono opere prime che sembrano non esserlo, con la maturità dei veterani e l’ardore degli esordienti, poi appunto ci sono i vini come il rosso di Sergio Drago. 

Syrah all’ottanta per cento, e un venti per cento di Nero d’Avola per dargli tensione spinta, che il Syrah da solo spesso si accascia tende all’indolenza, tende a sedersi su se stesso a non andare fino in fondo. 

Circa tremila le bottiglie prodotte in questa sua prima annata, da matricola di talento,  di cui almeno un terzo spero di bermi io.

Il Syrah in Sicilia viene bene se non gioca alla francese, se parla la lingua di casa sua con le vocali molto aperte e col tono un po’ sopra le righe, un versione un po’ più più sonnacchiosa e crepuscolare di quelli che fanno al di là delle Alpi, i nostri cugini con l’erre moscia. 

E’ un vino strano questo, grande nel suo essere tante cose e ma apparentemente semplice, come Claudia Cardinale da giovane.

Claudia-Cardinale

Intenso ma non criptico, un rosso rubino vedo non vedo, che gioca a nascondersi, provocando un poco. 

Naso educato e birbante, che senti un po’ di legno giusto e frutta a volontà, e succose promesse carnali, di ovvie ciliegie ma meno ovvie nounces boschive, avventurose e infantili. 

In bocca entra fresco appagante, spiazza chi si aspettava immediate dolcezze gustative ovvietà senza grinta. 

Sergio Dargo Rosso

Questo è un Syrah atipico, il Nero d’Avola pur essendo azionista di minoranza in questo blend comanda il ritmo, come il Psi negli anni 80, che non è molle mai sto vino, entra di freschezza pura, dinamico, battente, a ranghi serrati, torna suadente a tratti ma senza mai perdere tempo, che il frutto succoso, e di audace dolcezza è sempre sorretto da una trama, da una tensione, molto figlia dei tempi i nostri.

Un vino modernissimo nel coniugare nella sua cavalcata sul palato, morbidezza ed efficienza, freschezza ed emotività. Un vino che non abbassa la guardia mai, ma che poi si distende all’improvviso, in aperture affettuose inaspettate, come certe ragazze ambiziose con cui uscivo all’università. 

Bello da bere, a lungo, vino che vibra a lungo, dentro di noi, dopo che il sorso si asciuga, rosso da bere baciando qualcuno, dopo la quarantena, sotto il sole di un’estate che prima o poi verrà. 

Il pezzo si chiama Romantics, come questo vino, un pezzo dolcissimo ma non senza inquietudine, tensione, vita. 

Cheers! 

Romantics, Four Tet

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