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U.V.A Panevino

Postato da Stefano Bagnacani il
U.V.A Panevino

Vivo su un’isola io, in questi tempi interessanti, dove le fosse comuni si riempiono, le città si incendiano e si riesce sempre meno a respirare, sono felice, di abitarci su un’isola, (un po’ più) lontano da tutto, con una qualche striscia d’azzurro a separarmi dal nero futuro e dal nero di chi ci vorrebbe governare, un poco più lontano e più immune dalle app, dai fogli excel e dalla views, dall’odio, dalla rabbia, dall’ansia, dal realismo capitalista e dal capitalismo della sorveglianza, insomma di vivere al mare

 

Che è dal Mediterraneo che viene la vita, ed è a lui che si torna, o almeno a cui torno io, quando la vita, specie quella più fragile, sembra essere ovunque, sotto scacco, sotto attacco e sotto minaccia. 

Perché la felicità davanti al mare è una cosa semplice scriveva un tipo di Marsiglia morto giovane, e anche davanti a un vino naturale sardo, che il Mediterraneo c’è l’ha nel cuore, non mi va di dire nell’anima perché invecchiando sono sempre meno convinto che esista mentre il cuore, beh quello ce l’abbiamo tutti, chi più chi meno. 

Mediterraneo non per il territorio vocato, per la sapidità, e le altre cose banali che scrivono di solito sui vini no, il Mediterraneo è dentro perché è un vino pacifico, poetico e appagante, come lo è sempre il mare, se non ci sono raffinerie. 

Meticcia già dall’origine questa bottiglia, che è fatta di uve autoctone, punto, non c’è bisogno manco di dirle che quando un vino è buono lo bevi a basta, come le donne che baciavi da giovane vicino ai falò, di certe spiagge di sassi periferiche, a cui non domandavi mai da dove venivano cosa facevano e dove andavano, perché tutto aveva senso nell’istante, negli attimi perfetti sotto quei cieli di gioventù spalancati di stelle e possibilità. 

Un vino che si presenta già dal nome solo per ciò che tutti i vini dovrebbero essere (ma che spesso non sono): U.V.A. 

Con queste premesse difficile che si possa trattare di un vino qualunque, anche solo abbastanza buono, abbastanza, l’aggettivo preferito dai cosiddetti degustatori seriali (i ginecologi del vino), aggettivo che non uso mai, triste, conformista, borghese, perché questo non è un vino abbastanza è un vino oltre. 

Oltre mi piace più di abbastanza come parola, è coraggiosa, parla di sogni, partenze e speranze. Oltre è una parola mediterranea, allergica ai confini, figlia di Ulisse in qualche modo, ecco perché c’entra con questo vino qua, rosmarino, mirto, olive, un vino di pineta e di macchia, che sa di cose che crescono spontanee da qualche parte, altrove. 

Succosamente acido, morbido solo alla fine, se lo ascolti però fino in fondo, intensità che pulsa di vita d’altrove, fisica, di appetiti, un vino da bere in penombra, per stanchezze da post felicità, da bere in qualche porto, e non da soli, con il ritmo indolente e serrato, della marea, da stappare solo all’aperto, ma senza distanziamento sociale. 

Spessore, calore, energia, un vino che dovresti stancarti di bere e invece, no, mai,  rosso che  nel suo marittimo ottimismo, granitico ottimismo, da abbinare con un pezzo jazz che ha il nome francese, non ve lo traduco perché penso sia abbastanza facile, La Mer,  vale per tutto i mari del mondo, e per gli oceani anche penso, che sono poi del mari anche loro solo con un poco di acqua in più.

 

Buon ascolto!

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