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Vite ad Ovest, Rina, 2016

Postato da Stefano Bagnacani il
Vite ad Ovest,  Rina, 2016

Ve lo ricordate il 2016? 

Era l’estate di John Wayne, almeno così diceva una canzone molto bella che abbiamo dimenticato troppo presto, meglio John Wayne del Covid, anche se non di molto, credo.

Mi ricordo poco di quella estate, avevo una storia con una ragazza bisex che non mi amava, o forse come dicono tutti quelli perdono la testa per chi non la perde per loro, mi amava a modo suo. 

Non lo dico perché ho rimpianti, solo gli stupidi li hanno, non lo dico perché cambierei qualcosa, non cambierei quasi niente della mia vita, se non il periodo in cui bevevo vini non naturali. 

 

Tutto questo, anche se non c’entra niente era per dire, che sì, è stata una estate pazzesca, forse infelice, sicuramente indimenticabile, anche se non ricordo quasi nulla, e questo vino, mi ha fatto ricordare di come era indimenticabile, la 2016, l’estate indimenticabile che non ricordo. 

Questo vino emoziona, punto, prima di essere un cataratto, prima di essere un orange wine, prima di essere qualsiasi altra cosa.

Vite ad Ovest la cantina, il nome mi ricorda un pezzo che amavo tantissimo da glabro, loro  erano in Pet Shop Boys, il pezzo si chiama Go West, e ha tutto l’ottimismo di tutte le cose al mondo guardano ad Ovest, come questo vino.

L' Ovest è sempre ad Ovest di qualcosa, di qualcuno, di noi stessi, è sempre sinonimo di partenza, di nuovi orizzonti, di futuri possibili. 

E’ un Cataratto, anche se dopo tutta questa premessa non ve lo aspettavate, pensavate vi parlassi di un Chabils, di Chenin o almeno di un Carricante. 

Il Cataratto non è una di quelle uve a cui pensi, per uscire a cena con la donna non ti sposerà ma potrebbe, non è il vino per portare fuori l’amante che sa come guardarti in quel modo là, non è nemmeno l’uva che preferisci per ubriacarti da solo, nelle notti di lockdown, in cui nessuna donna vuole autocertificarti come congiunto.

Si fa molta retorica, tutta negativa, sul Cataratto (sempre in maiuscolo), i fighi non lo bevono, gli ignoranti non lo conoscono, o gli preferisco il Grillo, suo figlio più ruffiano. 

Beh torniamo a questo vino che se no, mi gioco l’attention spam del pubblico. 

Si fa tanto parlare degli orange wine, chi non li beve dice fanno schifo, anche sul New York Times, e invece sono i vini di questo futuro di cui nessuno sa nulla ma di cui tutti parlano, il futuro, quello nostro, quello che inizia questa estate, con poche  linee guida, tante incertezze e spie di stato, ma in ogni caso, le vigne ce lo dicono sempre, da migliaia di anni, la verità è che non si ferma mai nulla.

Cataratto che affina in castagno, l’unico legno che abbia senso in Sicilia, chi afferma il contrario, mente, sempre.

Novanta i giorni di macerazione sulle bucce, si vedono e si sentono tutti, ed è un bel vedere e un bel sentire anche.

Visiva orange appunto ma piena di luce, futuro, possibilità, naso salino di mare, ancora più bello ora che andarci se non ci abiti di fronte è precluso. 

Dicono, appunto quelli che non li bevono non li annusano, non li vivono, non necessariamente in quest’ordine, che gli orange wines annullano il territorio, la varietà, in poche parole che non si sente niente, beh a chi dice così speditegli una bottiglia di questo vino.

 

Selvaggio ancora, ma reso un poco più docile, dal castagno di cui si parlava qualche riga più su, magicamente sospeso tra sapidità e freschezza, tra ottimismo e realtà. In bocca intenso ma mai grave, che questo Rina, è una sorta di ossimorico Cru Umile, un Cru che fa delle bevibilità la sua sua cifra, che diverte emozionando, e dissetando anche. 

Un vino per il futuro, qualunque esso sia, un vino per l’avvenire se ce ne sarà uno. 

Io lo berrei appunto con un hit di quell’anno, come è giusto con tutti i vini, credo. Il titolo riassume già il vino da solo: Too Good, lui è Drake ma c’è pure Rihanna, il ritmo è ossessivo, ottimista, sapidamente sexy. Prendete il cavatappi! Cheers.

Drake, Too good, 2016 

 

 

 

 

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